Uno, nessuno e Bonaparte: splendori e mestizie del cinema napoleonico

Sfarzosi, didascalici e illusori: i "cinenapoleoni" da abel gance a ridley Scott

Tuonano i cannoni, sventolano gli stendardi, le baionette luccicano come i rami di una foresta di metallo. Tra le grida di incitamento e il rombo delle cariche di cavalleria si compie di nuovo la meraviglia della rappresentazione: Napoleone è tornato, nell’anno di grazia 2023. La mano che ci invita alla visione è quella di Ridley Scott, cineasta di indubbia qualità, autore di pietre miliari del cinema del secondo ‘900.

Ricordiamo il suo sfavillante esordio con I duellanti (1977: due ufficiali del periodo napoleonico che si affrontano ripetutamente mentre l’Europa è in fiamme), il rinomato Alien (1979: le nuove frontiere dell’orrore nello spazio profondo) e l’epocale Blade Runner (1982: un avanti veloce nel futuro tra schegge di filosofia sulla vita artificiale).

Scott non disdegna il genere storico per l’ambientazione dei suoi racconti. Si è “dilettato” con Cristoforo Colombo (nel 1992: 1492: la conquista del paradiso), l’impero romano (2000: Il Gladiatore), le crociate (2005: Kingdom of Heaven) e il medioevo (2021: The last duel). Ora ha proposto la sua versione dell’epopea napoleonica, dalla fine del ‘700 alla morte del protagonista nell’esilio di Sant’Elena.

Verrebbe da dire che l’avventura umana di Napoleone sia compresa tra due isole: la Corsica che gli ha dato i natali (da poco passata sotto l’egemonia francese) e la sperduta Sant’Elena, scoglio di roccia nella pancia dell’Oceano Atlantico che è stata la sua prigione nell’esilio. Ma nonostante questi riferimenti geografici, resta arduo il tentativo di comprimere in un film una vita tanto frenetica a ricca di eventi personali e soprattutto bellici e politici.

Il primo tentativo di portare sul grande schermo questa fetta di Storia viene fatto da Abel Gance, che scrive e dirige il suo Napoleone nel 1927: un’opera di oltre cinque ore che illustra la vita di Bonaparte dall’infanzia alle prime campagne militari in Italia. Il termine “illustra” non è preso a caso: si tratta di film muto, nel quale l’immagine ha una forza dirompente sulle platee degli spettatori ancora poco smaliziati.

Lo sguardo penetrante di Albert Dieudonné, il suo profilo rapace e i movimenti ispirati per inscenare una volontà superiore e un destino di gloria sono senz’altro il punto di forza del film. L’impatto di questa rappresentazione napoleonica è talmente forte che per anni viene considerato un must, un punto di riferimento in termini tecnici e ed espositivi per la narrazione del mito napoleonico.

Nonostante il plauso, Gance si scontra con il problema fondamentale: la lunghezza del racconto: Tante, troppe le cose da mettere davanti alla cinepresa: la rivoluzione, le dispute politiche, la fine dell’ancien regime e lo spirito repubblicano, le battaglie in vasti scenari, gli intrighi e gli amori. Neanche l’uso pionieristico dello split screen (utile a spiegare due eventi che si svolgono in contemporanea) può bastare per contenere la vicenda di Napoleone con la dovuta profondità.

Gance progetta quindi dei seguiti alla sua opera, ben otto capitoli per coprire degnamente il percorso di un condottiero che ha segnato non solo un’epoca, ma dinamiche geopolitiche con ripercussioni mondiali: dal predominio non soltanto marittimo dell’impero Britannico, all’avvicinamento dei popoli di lingua tedesca, l’espansionismo russo etc. Ma questa più che un altra storia, è proprio Storia.

Il grande affresco di Gance si arresta al primo capitolo, anche se nel 1960 riuscirà a portare al cinema La battaglia di Austerlitz: un obiettivo più ristretto, focalizzato su una delle svolte cruciali per l’egemonia napoleonica sull’Europa. La scelta di concentrarsi su un evento specifico è felice, offre un maggiore equilibrio e Gange sa tenere il timone del racconto toccando abilmente vari registri, senza appesantirsi in lirismi e note storiografiche.

Con questo non si vuol dire che nessuno abbia cercato di cimentarsi nella narrazione totale di Napoleone. Nel 1955 Sacha Guitry porta sul grande schermo Napoleone Bonaparte (Napoleon) iniziando con la notizia della morte del condottiero e ripercorrendone le gesta in senso cronologico attraverso il ricordo ben informato del principe duca di Tayllerand (deliziosamente interpretato dallo stesso Guitry).

L’impressione che se ne ricava è simile alla lettura di un testo scolastico con delle vivide figure: non si partecipa alla vicenda storica ma la si vede rappresentata con il commento di Tayllerand, personaggio capace di scegliere gli episodi salienti e cucirli in un racconto coerente, attento soprattutto alla centralità di Napoleone: il “caporale” divenuto imperatore.

Il film di Guitry ha un taglio piuttosto teatrale, quasi didattico: la voce narrante prende per mano lo spettatore e lo guida attraverso gli anni soffermandosi sugli episodi di maggiore rilevanza, senza trascurare il Napoleone “privato” e ricamando un po’ sui suoi affetti. Un punto di forza sono i dialoghi: intensi e tesi senza scadere nella celebrazione del mito.

Un gran lavoro quello di Guitry (autore anche della sceneggiatura) se pensiamo che tutto è racchiuso in un film di 185 minuti. Per dire le stesse cose nel 2002 venne allestita una miniserie televisiva in quattro episodi da 100 minuti l’uno: Napoleon. Una produzione internazionale con un cast forse non proprio ben amalgamato (cosa che non è detto che sia un difetto, anzi stuzzica il senso critico dello spettatore), guidata senza troppi sbalzi dal regista Yves Simoneau.

E arriviamo così al Napoleone di Scott che oggi fa tanto discutere: in primis perché palesemente distorce o inventa momenti storici ben documentati. Gli avvocati della difesa replicano che i film sono opere d’arte, non documentari. Tesi debole su più fronti. A partire dalla dichiarazione di intenti, ossia il titolo del film. Se in cartellone si mette Napoleone, la platea si aspetta di vederlo rappresentato in un racconto che si muove nel solco degli eventi vissuti dal protagonista.

Diversamente si fa un prodotto alla Quentin Tarantino, che fa ammazzare Hitler in un cinema, entrando dichiaratamente nella fanta-storia. Un territorio oltre i confini della realtà dove i suoi bastardi senza gloria possono scotennare i nazisti con tutte le immunità di un passato alternativo, concepito come un piccolo delirio d’autore.

Scott invece propone il “suo” Napoleone, gravata però da una sceneggiatura che pare ispirata dalla stampa inglese anti bonapartista ai tempi di Giorgio III. La lettura che ne risulta è faziosa, irriverente e a tratti smitizzante, nonostante le scene siano improntate alla ricerca del massimo impatto emotivo.

Infatti visivamente c’è poco da da eccepire: Scott riempie lo schermo con immagini ben studiate a tavolino, la “solita” bella fotografia che permea e sfuma. E poi una cura nei dettagli – sempre a modo suo – che indubbiamente mira ad una resa accattivante più che fedele al periodo storico.

L’altro problema è Joachin Phoenix: osservandolo per oltre due ore si fatica a trovare traccia di Napoleone. Almeno del Napoleone conosciuto attraverso i testi scolastici, i romanzi e i film che hanno preceduto quest’opera. Anche quando Scott riprende episodi con lo stesso taglio di altri Napoleon, ebbene ci troviamo di fronte un estraneo.

Nel corso del tempo abbiamo imparato a conoscere Napoleoni infervorati e logorati, geniali strateghi e ombrosi autocrati, tutti comunque ispirati da un senso di grandezza che supera la mera sete di potere. Rod Steiger in Waterloo (1970) incarna un Bonaparte stanco ma non domo, un leone ferito che si gioca tutto con un ultima zampata. Marlo Brando in Desireé (1954) offre un’interpretazione appassionata, esplorando l’intreccio di sentimenti e ideali di un uomo che voleva cambiare il mondo.

Phoenix recita un Napoleone irrisolto, piuttosto bidimensionale, roso dal tarlo di ottenere un erede per dare continuità al potere acquisito e da complessi indichiarati nei confronti della sfera femminile. Una larga fetta della trama è riservata al rapporto altalenante con Giuseppina, futura imperatrice dei francesi. Vanessa Kirby provvede a cesellare il personaggio con la dovuta leggerezza. Peccato che la controparte non manifesti la stessa intensità nel calarsi nella parte: è ricorrente l’impressione di vedere il beffardo Joker nei panni del generale.

Non aiuta la decisione di mantenere la medesima faccia (questo Napoleone non invecchia, è già vecchio all’inizio del film, eppure i “trucchi” non dovrebbero mancare) dall’assedio di Tolone fino all’esilio a Sant’Elena. Phoenix replica in ogni situazione questa idea monocorde di personaggio astratto, volitivo sui campi di battaglia e nelle alcove, però un po’ stordito dal frastuono degli eventi che lo vedono al centro. Si ha la sensazione che sia un mediocre partecipante più, che il primo motore della storia.

La compressione degli eventi storici è un altro dato negativo: lo spettatore viene sbalzato da un contesto all’altro come se stesse sfogliando una serie di cartoline, gradevoli e con qualche scenario suggestivo però povere di informazioni. Scott ovviamente ha fronteggiato il problema della lunghezza del racconto. Ma gli ormai famigerati 20 minuti extra della versione integrale di Napoleon, è difficile che riescano a colmare i “buchi” di una narrazione a strappi, dove le azioni non lasciano trasparire altre motivazioni che la resa estetica.

Ridley Scott è del 1937, il valore del suo contributo al cinema è indiscutibile e Napoleon non lo intaccherà di certo. A soffrire invece sono gli appassionati di storia che si rivolgono al grande schermo. La notizia di uno Steven Spielberg alle prese con un progetto “napoleonico” sulle orme di un’opera mai nata di Stanley Kubrick, fa ben sperare: i sogni dell’imperatore non sono tramontati a Waterloo.

Gianlorenzo Barollo