Il tempo (e lo spazio) ritrovato degli umanoidi francesi

Wul, Laloux, Barillé e Topor: un tour de France nel cinema di animazione d'oltralpe

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Il cinema di animazione francese, va detto, è un poco trascurato nelle nostre lande. Le produzioni d’Oltralpe non hanno la stessa risonanza dei maestri giapponesi o dei blockbuster americani. Eppure scorrendo qualche lista di titoli ne avremmo davvero per tutti i gusti e le soddisfazioni.

Oggi nello specifico andiamo a recuperare I maestri del tempo, opera del 1982 del regista René Laloux con il “design” offerto dalla mano futuristica di Moebius. Vero è che gran parte del lavoro di animazione venne affidato a professionisti ungheresi, ma l’impronta francese è innegabile. Una trama ispirata al romanzo “L’orfano di Perdide” di Stefan Wul, pubblicato nel 1958.

Nel racconto ci sono tutti gli elementi dell’avventura classica: un pianeta selvaggio, i coloni alle prese con forme di vita aliene, alcune bizzarre, altre decisamente ostili. Poi ci sono il capitano eroico, un antieroe che si riscatta, la bella sognante e appassionata e il vecchio lupo dello spazio. E naturalmente l’orfanello da salvare che chiede aiuto tramite “mic”, un trasmettitore istantaneo che “buca” il tempo spazio.

Sul cammino troviamo esseri telepatici, un pianeta “vampiro”, pirati in cerca di navi spaziali, il solito regime totalitario dai tratti fascistoidi che vuole mettere le mani su un tesoro trafugato: aspetti che arricchiscono visivamente il racconto rispetto al romanzo di Wul.

E infine, ovviamente, arrivano i maestri del tempo, che danno il titolo al film, e completano il ciclo della narrazione con un elegante paradosso.

L’aspetto apprezzabile di questa space opera è duplice: da una parte l’attenzione all’esobiologia, ossia alle forme di vita aliene e al loro habitat, che sono frutto visibile della fantasia di Moebius. Dall’altra la cura delle leggi scientifiche: l’astronave dei soccorritori non va a tavoletta con un click e un boom per raggiungere il pianeta dell’orfanello, deve prendere un passaggio da una cometa per ottenere l’accelerazione necessaria al suo viaggio. Che comunque dura dei mesi.

Nel complesso, benché alcuni elementi siano richiami di opere note (dalla milizia in nero stile Guerre stellari agli uomini alati di Barbarella), il film di Laloux è un piacevole diversivo rispetto alle opere schematiche con gli scontri tra bene e male. Lo spazio e il tempo sono i veri protagonisti in questa storia, dove l’uomo ha tutta l’aria di essere un inquilino irrequieto.

I maestri del tempo arrivano nel 1982, si diceva. Non sfugge a nessuno che l’anno prima era balzato nelle sale Heavy Metal: film legato all’immaginario dell’omonima rivista a fumetti americana, a sua volta “costola” (ma già pronta a muoversi in autonomia… fino al 2023, anno della chiusura) della francese Metal Hurlant, che aveva proprio Moebius nel nucleo dei fondatori. Non so quindi se possa considerarsi la risposta francese al prodotto americano. Di certo un film ha tirato la volata all’altro: fumetto, cinema e musica si sono uniti per creare nuove forme d’arte popolare. Gli esiti forse non sono stati stratosferici in termini di incassi, ma queste opere sono un segno del loro tempo. Senza questi primi tentativi europei, il pianeta dell’animazione poteva polarizzarsi tra Disney e anime lasciando poche sfumature.

E’ apprezzabile infatti considerare la differenza di approcci stilistici e narrativi: la corsa al ritmo di rock pesante di Heavy Metal e la danza siderale dei maestri del tempo. Maestri che tornano quest’anno sul grande schermo con un’edizione restaurata del film.

Rimane invece sullo scaffale degli oggetti non ben classificati – e ciò spiega forse il suo fascino – il film di animazione Il pianeta selvaggio, che porta la firma di Roland Topor, poliedrico personaggio della cultura francese e non solo.

Nel 1973 la sua inventiva decolla in questo progetto che vede alla regia sempre Laloux ed è tratto da un altro romanzo di Wul (autore tutto da riscoprire, ma andiamo per ordine). La storia, pur partendo da premesse apocalittiche, dona un lumicino di speranza al destino umano. Sì perché nel cosiddetto Pianeta selvaggio, Ygam, una sapiente specie di giganti blu chiamata Draags conduce una vita ordinata, devota alla meditazione e alla scienza. Sono un popolo che esplora lo spazio e gli è capitato di visitare la Terra, sconvolta da un olocausto nucleare: hanno raccolto i superstiti umani e li tengono come animali di compagnia, generalmente affidati ai bambini.

L’umanità vive in uno stato di oblio delle sue origini e del suo sapere, almeno finché Terr – un giovane Oms, come vengono definiti i terrestri – inizia ad ascoltare le lezioni della figlia del padrone attraverso un dispositivo di apprendimento automatico e si appropria in questo modo delle conoscenze dei Draags. Parte da lì, dal sapere riconquistato, la ricostruzione di una nuova civiltà umana.

Dove debba andare a parare l’uomo è un po’ il filo rosso del nostro tour de France. E lo scandisce per bene anche il terzo film scelto: la vendetta degli umanoidi del 1983. L’opera rientra nel grande affresco storico e pedagogico di serie animate – a cura della notoria casa giapponese Tatsunoko – firmate da Albert Barillè, vale a dire il papà di Colargol, Siamo fatti così (immagino che già nella vostra testa sia scattato il “momento sigla”), C’era una volta l’uomo, C’era una volta la terra e…. Ai confini dell’universo. Quest’ultimo ambientato nel futuro e quindi con meno basi scientifiche e, forse, con sviluppi di fantasia, in parte già letti e visti altrove.

La vendetta degli umanoidi è un condensato delle ultime puntate della serie, assemblate per offrire una storia coerente al pubblico del grande schermo. Anche qui non mancano intrepidi equipaggi, flotte di astronavi, super armi che distruggono pianeti, città senzienti e consigli interstellari. La differenza rispetto alle trame più muscolari della fantascienza anglo-americana è evidente: i rapporti tra i personaggi sono meno bruschi, si preferisce dialogare, i malvagi e i prepotenti ci sono, ma sembrano delle macchiette – quasi per accentuare l’aspetto di una anomalia malata del carattere – e gli scontri sono un evento inevitabile piuttosto che il culmine spettacolare della vicenda.

Barillè vuole sempre tenere la barra dritta sul buonsenso, sulla possibilità di una civiltà umana che progredisce e si evolve tenendo a bada i suoi istinti peggiori. I suoi cartoni animati hanno tutti la stessa impronta positiva, pedagogica, attenta a incuriosire le menti aprendo prospettive piuttosto che appagarle con la sbrigativa formuletta del bene che trionfa sul male.

Fuori dalla banalità è anche il terzo film di animazione diretto da Laloux, uscito nel 1987 con il titolo di Gandahar. Ebbene se le problematiche dei costi di produzione erano consistenti già negli anni ’70, il decennio successivo non scherzava: il risultato è che Laloux passo dall’Ungheria alla Corea del Nord per mettere in cantiere il suo progetto.

L’opera è parecchio disallineata ai canoni mainstream del tempo: il pianeta Gandahar è abitato da una pacifica civiltà di uomini dalla pelle blu (Avatar arriverà soltanto dopo oltre 20 anni) che vivono in sintonia con la natura, governati da un sistema matriarcale. Più in là si chiarisce che l’armonia naturale in realtà è il frutto di un processo di evoluzione controllata attraverso l’ingegneria genetica. Ovviamente nel gran cammino della scienza si nascondono inciampi che, se trascurati, diventano voragini.

Syl, l’eroe di turno, (curiosamente umanoide non bluastro, ma l’aspetto può dipendere dalla sua funzione di esploratore) viene incaricato di indagare circa la comparsa di misteriosi invasori metallici, inarrestabili pietrificatori della indifesa popolazione. Il giovanotto incontrerà l’amore, scoprirà i reietti di Gandahar e un incredibile segreto che minaccia il suo mondo.

La storia di Laloux è una bella riflessione sulla tecnologia e l’uomo, associabile a quelle di Frank Herbert in Dune. Il film si è visto poco, un prodotto per giovani adulti diremmo oggi. Forse più che le scene di violenza, sulla libera distribuzione hanno pesato i topless delle protagoniste.

Chiudo l’escursione francese tornando a Stefan Wul, autore scomparso nel 2003, poco noto nel mondo della fantascienza con i suoi 12 romanzi e una decina di novelle, nonostante i film appena citati. Eppure, spulciando le trame della sua “narrativa d’anticipazione”, troviamo dei racconti che fanno suonare dei campanelli. Tipo dei medici che si miniaturizzano per combattere un virus (Viaggio allucinante è del 1966, dieci anni più tardi). Oppure di un’astronave che precipita su un pianeta e finisce nella pancia di una creatura gigantesca (e se l’avesse letto George Lucas…). Ma la fantasia di Wul mette in tavola anche avventure in dimensioni virtuali, evoluzioni animali pilotate, catastrofi climatiche e incontri ravvicinati con alieni di svariati tipi.

Wul è stato un autentico anticipatore, che andrebbe degnamente valorizzato anche nel nostro stivaletto editoriale. Se non altro prima che inizino a venderci la sua farina… con un altro sacco.

 

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