L’avventura – per niente povera – del cervello di Bella, meravigliosa creatura

Frankenstein, Moreau e Lanthimos: sfrontati fabbricanti di vita

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Chiariamo due cose: “Povere creature!”, titolo italiano di Poor things!, pur essendo una traduzione corretta non rende giustizia al significato ultimo del film: ossia il percorso mondano delle “cose” che chiamiamo corpi, gli “strumenti” che le nostre menti coscienti utilizzano per avere esperienza del mondo. La parola “creature”, pur avendo l’accezione pietistica verso il miserevole che langue, è intrisa di un afflato religioso che non ha radici in questo film. La creatura è il prodotto di un’entità superiore e di spirito illuminato non c’è abita in questa storia materialista – in senso filosofico, economico e fisiologico – e piuttosto atea.

L’ammiccamento al Creatore regge quando sentiamo che il nome del dottor Godwin Baxter viene amorevolmente scorciato in “God” (Dio), da Bella, l’indubbia protagonista del film. Ma la storia che ci racconta il regista Yorgos Lanthimos non è una rilettura del Frankenstein di Mary Shelley, non c’è un desiderio dell’uomo di sostituirsi alla divinità. Godwin lo spiega bene il suo intento descrivendo come sua padre l’abbia “forgiato” (storpiandolo al di là di ogni pensabile crudeltà) soltanto per brama di conoscenza. L’obiettivo della sua ricerca quindi è capire come funziona l’orologio della natura, non costruirne un altro.

In secundis, chi si figura che il film di Lanthimos voglia parlarci del percorso di emancipazione della donna – perché la protagonista è una donna – è libero di farlo, ma non credo proprio sia quella la via maestra della storia rappresentata sullo schermo.

Bella è sì una femmina in evoluzione, ma è soprattutto una “costruzione” di Godwin (non creata, ma riassemblata, notate bene). L’esperimento si è mosso a cavallo tra la vita di una creatura morente e il corpo di una morta per un caso fortuito, non programmato. Naturalmente Godwin ha colto l’occasione nella piena aderenza del suo spirito di esploratore scientifico. Lo si comprende quando lascia partire Bella per la sua avventura (il test continua in ambiente esterno), quando cerca di replicarla (l’esperienza va ripetuta per trarne delle leggi). Soltanto nel finale – della sua esistenza – Godwin si concede la manifestazione del sentimento paterno (per quanto misto al desiderio di lasciare un erede capace di proseguire il suo lavoro).

Più che dalle parti di Mary Shelley, direi che il racconto pende verso H. G. Wells e la sua Isola del dottor Moreau: i suoi animali metamorfizzati sono un evidente richiamo al delirio di umanizzare l’animale per plasmare degli esseri alternativi, chimere umanoidi che non conoscono la pulsione violenta. Moreau è spinto dall’idea di un progetto eugenetico a colpi di bisturi e siringhe: vorrebbe selezionare degli esseri “puri”, lontani dal male. Anche se questa purezza, vegetariana e pacifista, si traduce in un asservimento al “Padre” onnipotente che lui incarna agli occhi delle bestie. Wells rappresenta un contesto in cui animali e uomini vivono la doppia menzogna della condivisione delle forme e della comunione dei destini. Nel romanzo la “visione” di includere l’ibrido animale nell’universo umanizzato viene esposta in forma avventurosa e termina in catastrofe, come un’oscura profezia che marchia di sconfitta le ambizioni della scienza che non rispetta la natura (e di riflesso le regole dettate dal Primo Progettista).

Le trasposizioni cinematografiche del libro hanno sempre avuto problemi, pur regalando ottime occasioni in scena ai vari dottor Moreau: penso a Burt Lancaster nel 1977 e soprattutto a uno psichedelico Marlon Brando nel 1996. Le necessità spettacolari infatti schiacciano l’articolazione di un confronto su temi morali, filosofici ed etici nella pratica della ricerca scientifica.

Davvero tutto è permesso se – come si grida in Frankenstein jr – “si può fare!”?

L’interrogativo si può tranquillamente rovesciare sullo spietato padre del dottor Goodwin, che in mancanza di materiale da laboratorio, usa il figlio come cavia. Il “padre” di Bella invece, pur essendo animato dal medesimo interesse (gli animali ibridati che gli girano in casa lo dimostrano), pur sentendosi votato interamente all’indagine del possibile per scoprire le leggi della natura, non può nascondere un’empatia che si consolida in un affettuoso sentimento paterno.

In Poor things! non assistiamo pertanto alla lotta di un “prometeo” donna che combatte le disparità di genere per disfarsi dei ceppi della morale e della tutela patriarcale. Bella non è una distopica suffragetta. Certo, vediamo – e con dovizia di dettagli – i tremendi corsetti sociali imposti alle femmine in un ‘800 steampunk, che – ahimè – non è molto lontano dai nostri tempi. Ma non è quello il nodo principale della vicenda, diversamente la protagonista sarebbe scesa in politica, avrebbe capeggiato una rivolta socialista invece di ripiegare sul classico schema tradimento-matrimonio.

La storia maestra delle Creature consiste nel viaggio meraviglioso di un cervello appena formato all’interno di un corpo già adulto. E’ il racconto di un individuo maturo che dispone delle chiavi d’accesso per interagire nel consesso umano senza sovrastrutture: niente complessi, nessun patema da etichetta o rovelli morali. Freud avrebbe firmato assegni in bianco per potere studiare un simile soggetto. Per tacere degli attuali neuroscienziati. Il giovane cervello di Bella infatti è libero di svilupparsi seguendo la propria strada, tra istinto, emozione e impulso. E’ un adulto e ha abbastanza libero arbitrio per poter sbagliare di continuo e attraverso questi errori impara con una rapidità fantastica (cinematografica direi) per trovare il suo posto nella vita.

La meraviglia è vedere padre e figlia riconciliati, uniti nella missione della conoscenza, pur appartenendo a mondi diversi: le “piccole cose” che siamo lottano, soccombono e vivono condizionate dall’imprinting ricevuto durante l’infanzia. E’ questa, pare dire Lanthimos, la forza maggiore nella creazione: le relazioni che ci segnano, che risuonano dentro di noi e fanno scintillare consapevolezza e intelligenza.

La scena finale del film richiama il mitico Freaks di Todd Browning: si radunano in giardino esseri di origini differenti (nati, assemblati, ricomposti) in un momentaneo stato di quiete trionfante: ognuno pare aver trovato la sua vocazione, anche nella disfatta. Del resto, dopo oltre due ore di viaggio nel “gioco” della vita, serve una chiusura. Povere creature…

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