La prevalenza del numero unico: le commedie degli uomini soli alla ricerca dell’altra metà

Le fughe dalla solitudine di Woody Allen, Steve Martin e Fonzie... senza giubbotto di pelle

La percezione della solitudine è una delle manifestazioni del pensiero più profonde, connessa alla costruzione dell’identità, alle fondamenta dell’individuo. Generalmente non è una bella sensazione, perché nella distinzione rispetto a ciò che ci circonda avvertiamo anche la mancanza, la distanza dal tutto. E affrontando questa condizione di estraneità in molti nasce spontaneamente il desiderio di ritrovare la completezza nell’altro.

Di fughe dalla solitudine si parla e si riflette in molte opere. Spesso la solitudine è un convitato non rappresentato ma presente, è motore invisibile di eventi, carburante per frenesie avventurose. Soprattutto un materiale nelle commedie più brillanti. Ed eccovi allora tre film del secolo scorso che camminano a braccetto con la solitudine, ma sanno sorriderci.

Partiamo da “Provaci ancora Sam”, diretto da Herbert Ross nel 1972 e tratto da un’opera scritta e interpretata da Woody Allen, messa in scena con successo a Broadway già nel 1969. Il protagonista è la trasposizione di Allen: un intellettuale di medio cabotaggio, una piccola rotella nell’industria dell’intrattenimento che cerca disperatamente di ritagliarsi una zona di conforto.

L’equilibro di Sam è sconvolto dalla rottura con la moglie Nancy: il nostro uomo si ritrova solo, incapace di trovare un equilibrio nel cammino della vita. Linda (l’adorabile Diana Keaton) e Dick, coppia di amici di lungo corso, tentano di riportarlo in pista nel gran mercato delle relazioni affinché ritrovi una compagna, se non per la vita, almeno per ritrovare la fiducia in sé stesso.

Di fronte a questa “messa alla prova” Sam ritiene di non avere carte di valore da mettere sul tavolo della seduzione e decide di affidarsi ad un immaginario “tutor”: il leggendario Humphrey Bogart, duro del cinema e suo idolo. Infatti Bogart è basso, legnoso, ha una faccia di pietra, ma sa sfoderare il fascino dell’uomo “che non deve chiedere mai”.

Sam si immagina di poter interpretare lo stile di Bogart per “concludere” con una controparte femminile. Ma gli esiti dei suoi approcci in stile bogartiano sono impacciati, comici e dall’esito disastroso. Il titolo italiano del film distorce quello originale “Play it again, Sam” (suonala ancora, Sam) preso da una battuta del celebre film “Casablanca”, ma rispecchia i ripetuti tentativi del personaggio di Allen: cavaliere pieno di tic e paure alla ricerca del Graal della vita di coppia.

Anime gemelle del 1984 di Arthur Hiller ivece non lascia spazio ad equivoci: Steve Martin è un uomo che ha la sua meta nella conquista dell’ideale altra metà. Il titolo originale è The lonely guy, che fa comprendere meglio il punto di partenza del protagonista: la lotta di un uomo solo – anche in questo caso inserito nel cuore di una grande città – per raggiungere la felicità dell’abbinamento. Ma soprattutto stabilisce una categoria: il solitario.

Il film inizia con la rivelazione più sgradevole: Larry trova la sua ragazza a letto con un altro. La scena però assume un tono da farsa surreale perché Larry non accetta il tradimento, nel senso che non lo vuole considerare come una rottura della relazione. La prospettiva di ritrovarsi solo con sé stesso è peggiore di una convivenza fedifraga.

Larry è una versione anni ’80 di Sam: lavora come scrittore di biglietti di auguri, una sotto categoria della creatività che svilisce il suo potenziale riversandolo nel calderone dei tanti “vorremmo essere famosi”. Inoltre Larry non ha un tutor perché appartiene alla categoria riconosciuta dei solitari: esseri tristanzuoli, appiccicosi, ossessivi, figure di scarso appeal per eventuali partner.

E infatti Larry accompagna gli spettatori in un itinerario di trovate e situazioni che caratterizzano (forse ghettizzano) chi sta da solo. La scena della cena al ristorante, pieno di coppie e quartetti, è emblematica di un mondo dove ad ogni Adamo corrisponde una Eva, e viceversa. Larry/Steve la affronta con il coraggio di chi non vuole vivere sepolto in una caverna e la risolta recitando una parte.

Ma la maschera non può reggere per sempre. Anche in Anime gemelle si ribadisce il concetto che le personalità inventate alla fine crollano. Se negli anni ’70 potevi reggere mezza serata, negli anni ’80 basta un dettaglio per farti sgamare: eccolo il solitario, il freak, lo sfigato.

La trama di Anime gemelle è un po’ altalenante nei toni, passi avanti e indietro che sembrano definiti per inserire battute più che tracciare l’evoluzione del personaggio. Alcuni scambi tra Larry e l’amico Warren sono esilaranti nella demolizione del machismo contemporaneo. A volte sembra di assistere ad un rovesciamento della favola di Cenerentola, nel senso che viene raccontata dal punto di vista del principe azzurro. Un principe che circola per le strade con un sacco di scarpette di ogni misura e colore pur di impalmare una Cenerentola che lo liberi dalla tristezza di una vita solitaria.

Che la sofferenza da solitudine sia una “spina” nell’anima premuta a forza dall’istinto di conservazione per assicurare una continuità alla specie, è abbastanza assodato. Ma se le risposte (o le tolleranze) a questo dolore sono altrettanto individuali, è interessante osservare come la società contemporanea si sia fatta carico della tematica.

Lo “spaiato”, lo scapolo, lo sfigato dei tempi andati si è trasformato nell’elegante single: una categoria riconosciuta e messa a profitto nella nostra società mercantile. Larry stesso lo dimostra in Anime gemelle scrivendo una Guida per uomini soli che diventa un successo editoriale per aver saputo cogliere le istanze di uno status esistenziale, scomodo e inconfessabile nel clima di rampantismo degli anni ’80.

Anche se sugli scaffali dei supermarket non mancano le confezioni mono porzione, il “formato famiglia” ancora impera e prospera nella logica delle vendite a stock, spinta dal turbo liberismo. Il gruppo prevale sul singolo, la coppia sull’individuo autonomo. Per il mercato – tacendo di stato e religione – la coppia è stata fino a ieri l’unità di misura ideale. Ma le cose cambiano, l’era del digitale ha reso la risposta al desiderio (spesso indotto) estramente puntuale.

Nel romanzo Piattaforma di Michel Houellebecq – scritto nel 2001 e quindi ancora in una fase di transizione – la discriminazione dei bisogni primari del single viene affrontata con una compiutezza di analisi di rara lucidità. Di fronte al degrado affettivo diffuso, il protagonista Michel si inventa una agenzia di viaggi poco sentimentali e molto pratici in Paesi compiacenti per una clientela di europei. Una plateale acrobazia per aggirare le leggi contro lo sfruttamento della prostituzione che finirà in tragedia.

La mercificazione dei rapporti umani non estingue il tarlo della solitudine, al massimo funziona come antidepressivo temporaneo, oppure scade nella dipendenza, insomma un diversivo esistenziale tra i tanti. Strano a dirsi, ma la questione è trattata in una commedia con Batman e Fonzie

Nel 1982 Ron Howard (più noto ai matusa come il Ricky Cunningham di Happy Days) fa il suo esordio alla regia con Night Shift. Il film incassò oltre 21 milioni di dollari, che immagino siano figli della curiosità di vedere Henry Winkler senza il giubbotto di pelle dell’iconico Fonzie sciupafemmine. Al suo fianco troviamo un esagitato Michael Keaton ancora lontano dal costume del Batman di Tim Burton e ben sintonizzato sui toni della comicità pasticciata e un po’ grezzotta.

La sorpresa consiste nel vedere Fonzi, o meglio Chuck nel film, incastrato in una relazione con una fidanzata stressante e stressata e in un lavoro poco appagante come responsabile del turno di notte di un obitorio.

Chuck è un uomo solo, limitato dalle sue paure (perdere gli affetti, perdere il posto sicuro) che abbassa continuamente l’asticella delle sue aspettative e vive del “chi si contenta gode”. Un personaggio distante anni luce dalla spavalderia congenita di Fonzi, capace di far girare il vento a suo favore con uno schiocco di dita.

La vita ordinaria di Chuck viene sconvolta dall’incontro con Belinda, una graziosa e socievole prostituta (interpretata da una carinissima Shelley Long) rimasta senza protettore, e dall’arrivo del socio Bill, giovanotto logorroico tutto walkman e mille idee in testa su come “svoltare”.

Per Chuck, che ha lasciato il suo posto di trader (gesto controcorrente se pensiamo che è il periodo degli yuppies e delle borse che si impennano) perché troppo logorante, i due sono elementi di sconquasso nell’architettura della sua esistenza. Una vita che si è progettato meticolosamente per evitare imprevisti; però avverte che manca qualcosa. Lo spillo della solitudine si esprime nel suo disagio costante, nell’impaccio nell’intrattenere dei rapporti vuoti, fatti di formalità scontate dove è la prepotenza o l’opportunismo altrui ad avere la meglio.

Quindi pur sentendo Belinda e Bill molto lontani dal suo modo di vivere, Chuck lentamente si lascia andare, baratta le certezze per ridurre il tasso di solitudine che rischia di paralizzarlo in un’esistenza di grigiore e insoddisfazione. Il processo è doloroso per Chuck, perché fatica ad esprimere i suoi sentimenti e a mediare con le tensioni di chi vuole trascinarlo fuori dalla routine.

Nessuna soluzione magica alla Fonzi, in conclusione. Sulla scia degli insegnamenti di Happy days, alla fine trionfa l’idea che insieme i problemi si risolvono, ma occorre metterci tanta buona volontà in prima persona, bisogna crederci.

La solitudine interiore invece? Ebbene, quella rimane. Sempre.

La solitudine è una condizione naturale, da accettare e gestire insieme agli altri o con noi stessi. Infatti non è un evento “singolare”, perché ognuno è una singolarità, venuta alla luce dal buio delle possibilità. Astronomicamente parlando, è una certezza matematica che non siamo soli nell’Universo. E pertanto, in sintesi, si può sostenere che l’Universo sia la somma di innumerevoli solitudini… che si fanno compagnia.

Gianlorenzo Barollo

Ps

Questo brano è dedicato alla memoria del collega e amico Marco, scomparso nella chiusura di questo tribolato 2023. Un giornalista, un uomo di pensiero, con il gusto della lettura, delle battute brillanti, un cultore delle analisi sociali e dei fenomeni di costume. Mite, ma non remissivo, apparteneva alla schiera dei lavoratori nell’ombra, a coloro che con diligenza si adoperano per fabbricare i “prodotti” di informazione quotidiana. La puntualità e la continuità spesso sviliscono il valore: la dedizione di Marco difficilmente verrà dimenticata, perché è il valore prezioso che gli spiriti solitari coltivano fuori dal clamore e dai riflettori, e costituisce il fondamento di ogni grande impresa.