La prevalenza dell’imbecille non porta avventure eccellenti

Bill e Ted, ovvero gli idioti non cambiano il mondo ma possono costruirne uno per loro

Cover Folli

Da un lato è anche un fenomeno positivo, ma d’altro canto i social media hanno dato la parola a legioni di imbecilli”. Umberto Eco, scrittore, dottore di Semiotica dixit. Una affermazione forte quella fatta nel 2015, che riletta oggi incontra il consenso di una gran (forse crescente) maggioranza. Almeno finché non ci accorgiamo… di essere parte ormai integrata delle terribili legioni.

Ma come – si dirà – internet, la nuova via di comunicazione per l’eccellenza, che annulla le distanze, se ne frega dei confini e dei dazi, non era la nuova frontiera della libertà d’espressione? Perché quindi la nave dei social sembra andare alla deriva, lontano dalle coste del sapere e dalle virtuose rotte dello scambio di conoscenze, per smarrirsi nelle paludi degli screzi e arenarsi nelle secche dell’ignoranza?

L’equivoco nasce dalla natura del mezzo. Lo dice Eco e lo disse stesso Marshal McLuhan quando precisò: il media è il messaggio. Ecco che i social, nati per incontrarsi, per rinnovare le comunità hanno un senso nella funzione del surrogato del “ritrovo fisico”. Facile perciò cadere nell’illusione della replica del “discorso da bar”, contesto che taglia le premesse, pareggia i dis-livelli mettendo da parte il bagaglio culturale dei partecipanti: il piano dialettico impersonale, non privilegia il sapere, non ha gerarchie, conta la capacità di esporre. E in questa “gara” di comunicazione, l’efficacia retorica non sempre appartiene alla conoscenza. Insomma lo scemo del villaggio globale può abilmente prevalere sul premio Nobel.

Il raggiro dei folli

Non è una grande novità. Storicamente personaggi mediocri, disagiati e disagevoli, ma capaci di “condire” la realtà, hanno fatto compiere drammatiche svolte al corso degli eventi. L’arte della propaganda e le tecniche del marketing poi hanno offerto un apparato orchestrale utile ad isolare contestazioni, seminare confusione e accreditare nel consenso generale la versione desiderata dei fatti.

L’oscura abilità del “fool” (un folle lucido, uno spiritato narratore) nel piegare la realtà in nuove letture è stata descritta e celebrata nell’arte, dalle favole alle opere liriche gli esempi abbondano. Nel Don Chisciotte (1605-1615) di Miguel de Cervantes e nelle Avventure del barone di Munchausen (1785) di Rudolf Erich Raspe – per citare due classici – incontriamo personaggi un po’ suonati (oggi verrebbero abilmente incasellati in qualche patologia mentale) che stravolgono l’interpretazione del mondo attorno a loro per ricombinarlo a piacimento. Una “visione” alternativa che è motore di equivoci, genera altre storie e in particolare apre la strada all’idea che non tutti viviamo la stessa realtà.

Mtv de-generation

Bene, ora scendiamo un piano (forse due) nell’analisi sociale, ed entriamo nel seminterrato dell’intrattenimento che attraversa i decenni tra il ventesimo e il ventunesimo secolo per parlare di un genere speciale di fool-imbecille: è un disagiato che vorrebbe ma non riesce, che ha obiettivi molto alti e pochi mezzi intellettuali, ma non si arrende, dalla sua ha una ferrea determinazione che consente di imporsi sulla realtà e quindi anche sui “professoroni” di ogni materia.

La lancetta si sposta sull’anno 1989 e si alza il sipario su Bill and Ted most excellent adventure: primo film di una trilogia cinematografica (l’ultimo è del 2020) che negli States è di culto, mentre il resto del mondo la ignora in tutta tranquillità.

Usciti dalla penna di Chris Matheson (figlio del maestro Richard) e Ed Solomon (sceneggiatore di Men in black nel 1997), Bill (Alex Winter) e Ted (Keanu Reeves, sì proprio lui) sono due giovinetti pubescenti di incerte speranze, fulminati dalla musica e dall’estetica dei videoclip, due “menti semplici” dei sobborghi californiani appese a sogni di grandezza senza alcuna traccia di talento.

Il loro obiettivo è finire su Mtv e, possibilmente, diventare rockstar di grido. Piccolo ostacolo: non sanno suonare. E anche la regia dei loro video è piuttosto vomitevole. Tanto entusiasmo, ma contenuto zero (dialogo tipo: ehi, ci serve un Eddie Van Halen alla chitarra per sfondare! Sì, ma per avere Van Hallen, serve un video che spacca! Ma per avere un video tosto occorre Van Halen!… e via così).

La carenza di comprendonio si riflette nei risultati scolastici, dove la piaga più accesa è lo studio della storia. Il racconto del passato non attecchisce sui loro impermeabili cervelli, sintonizzati su assoli di chitarra, video adrenalinici e belle ragazze. E così rischiano di vedere naufragare i loro sogni di gloria prima di cominciare. Difficile pensare che qualcuno possa aiutarli visto il loro livello “acerbo”. Quando il prof chiede a Ted: chi era Giovanna d’Arco (Joan of Arc in originale)? Questo risponde: La moglie di Noè (essendo Joan dell’Arca…).

Ma se il presente li schifa e il passato è ignoto, la mano provvidenziale per Bill e Ted arriva dal futuro: un “auto aiuto”, visto che sono loro stessi, giunti dal futuro su una “originale” cabina telefonica. I loro salvatori arrivano da un’epoca plasmata dalla inossidabile filosofia di Bill e Ted: siate “eccellenti” con il prossimo e “festa grande!”

Per superare l’esame di storia basterebbe una tesina acconcia e un’esposizione decente, ma non per il disastrato duo, al quale viene permesso di scorazzare su e giù per il Tempo raccattando personaggi famosi da esibire nello show collegiale. Napoleone, Freud, Gengis Kahn, la summenzionata Giovanna d’Arco, Beethoven, Socrate e il presidente Lincoln sono chiamati a dare prova diretta delle qualità che li hanno resi grandi.

La parata dei grandi

Così a Napoleone tocca un wargame, Freud si addentra nella mente di Ted, Socrate (introdotto così: come Ozzy Osbourne è stato accusato di corrompere i giovani… sic) spiega la sua filosofia a gesti e Lincoln fa un discorso nazionalpopolare. Per le gag al centro commerciale e le soluzioni dei paradossi temporali vi rimandiamo alla visione del film, che nella sua scanzonatura conserva qualche nota di simpatia (o forse di tenerezza).

Va rimarcato che il primo episodio di Bill e Ted è stato un buon successo negli Usa (40 milioni di dollari incassati su 10 spesi), ha generato una serie animata nel 1990 e una serie tivù nel 1991, anno in cui esce il secondo film Bill & Ted’s bogus journey. Nel film la trama si amplifica, gli effetti speciali si sprecano (male) e il messaggio di spensieratezza scemotta ha un po’ il fiato grosso. Se non altro perché al duo si mettono sulle spalle il destino dell’ordine del tempo, la colonna sonora delle future generazioni e un’escursione all’inferno. Roba non proprio leggerissima…

Nonostante ciò Bill & Ted numero due porta a casa 38 milioni di dollari, sempre dal mercato nazionale. Infatti slang, citazioni e atmosfere del duo sono molto americanocentriche e la distribuzione fuori frontiera desta perplessità. Inoltre nel mezzo c’è stata una guerra, la prima guerra del golfo che ha visto l’impegno diretto delle forze Usa: il messaggio finale di musica e armonia non solo suona vecchio, ma stride con la realtà.

Gli anni Ottanta dai colori fluo sono ormai storia e anche le menti semplici devono prenderne atto. Ossia prendere nuove forme. Infatti il più noto Wayne’s world (Fusi di testa 1992) sembra riprendere e cucinare gli stessi ingredienti di Bill e Ted ma con più attenzione: via la parte fantascientifica, dentro l’elemento romantico e gli amici che lottano per la stessa donna, tanta musica (successi che già girano nelle orecchie degli spettatori) e attori più maturi, dal talento comico collaudato (Mike Meyers e Dana Carvey, veterani del Saturday Night live). Signori: il nerd è servito.

Perduti nel palinsesto

Non sfugge invece la contiguità tra le esperienze degli Mtv maniaci Bill e Ted e altri due teledipendenti rinomati che sbocciano nel 1992-1993: Beavis e Butthead. Scorretti, scurrili, sconci: i due brutti ragazzini terribili ideati da Mike Judge sono i campioni “animati” di una generazione che guarda. Loro non sognano un successo miracoloso, agli applausi preferiscono lo sballo e un post party di coma apparente sul divano, tra un video e l’altro.

Se Bill e Ted avevano l’alibi della giovane età e il bonus della “stupidità” che è beneficio delle società dell’abbondanza, Beavis e Butthead sembrano due minorati parcheggiati davanti alla televisione per limitare i danni in un mondo che ha già i suoi problemi.

Nonostante le nonsense a briglia sciolta (o forse meglio dire a patta aperta), le patenti idiozie e le censure a cerotto, la serie animata dura sette stagioni di fila, più un’ottava nel 2011. Difficile affermare che non abbia colto lo spirito dei tempi: l’idea di un vasto mondo in trasformazione che schiaccia l’immaginario – soprattutto giovane – tra il salotto televisivo e il giardino di casa. Una reclusione ebete che esplode in sperimentazioni autolesionistiche e scherzi umilianti, tipiche di un’esistenza svuotata di prospettive: il 2D del cartone animato crea la dovuta distanza con l’audience ma offre spazi di pura idiozia (meccanismo che deflagra in South Park, dal 1997).

Nel 1994 le storie di “minus habens” conquistano il grande schermo. Chi non ricorda Forrest Gump e le sue massime elementari buone per tutti i gusti? Un successo ad ampio gradimento, critica e pubblico, formato famiglia e psicoterapeuta. Se dovessimo piantare una bandiera per fissare l’inizio del politicamente corretto questo sarebbe uno dei punti più azzeccati.

La parabola del giovane “non del tutto finito” che attraversa la storia del Paese contribuendo a cambiarla – senza altra consapevolezza oltre i suoi affetti: mamma, amici e la bandiera a stelle e strisce – è un esempio indelebile di “eroe quotidiano”. Ovvero il cittadino sotto la media che fa la sua parte senza proclami e proteste, cercando di piazzare il suo tassello nel grande mosaico della società. Un messaggio che a molti è parso reazionario, il buon Forrest restando “in riga” e facendo il suo dovere, risolve situazioni tante critiche senza rivoluzioni. La summa sarebbe: non sforzarti di capire, stai nel tuo e un lieto fine arriverà.

Positivo il fatto che venga riconosciuto e valorizzato il contributo anche di chi vede il mondo diversamente. Meno positivo se si intende che la visione “semplificata” di Forrest sia la migliore interpretazione della realtà.

Stupido sì, ma al quadrato

Stesso anno e “scemenza” diversa, anzi stupidaggine conclamata: Scemo e più scemo (Dumb and dumber, 1994) con un pezzo da 90 della comicità come Jim Carrey e Jeff Daniels. Anche se qui vediamo due persone che evidentemente non hanno i numeri per arrivare al totale, il proposito è totalmente diverso: non c’è un tentativo di riscatto, un orgoglio interiore che fa da guida. I due scemi sono pilotati da passioni e sbadataggine, incappando in vicende che non capiscono e non controllano, si tuffano pertanto amplificando il caos.

Inutile aspettarsi la morale, lo Scemo raddoppiato marcia nel solco delle comiche dell’era del muto, sorvola dalle parti delle gag del grande Jerry Lewis e approda sulle spiagge della risata istintiva, che scatta di fronte allo spettacolo dell’inadeguato, del maldestro, del… “minion”. Figure dell’animazione, queste ultime, divenute di grande popolarità nel secondo decennio del duemila, per quanto sinonimo di personaggi tontissimi e monomaniaci, un branco di stupidi reclutati per imprese improbabili, senza alcuna traccia di rispetto per se stessi o per il prossimo. Essere carini e cartoni animati aiuta. Ma la distanza dallo spettatore non toglie che si sta guardando una truppa di svitati pronti a scatenare l’inferno.

Ogni riferimento alla stupidità delle masse non è puramente casuale. Vero, nei minions c’è sempre il lato geniale, c’è un pizzico di Rain man (1988), un idot savant che lascia spiazzati, però l’abilità pratica non si coniuga sempre con il buonsenso o la lungimiranza. Perciò il loro stato di sottospecie umanoide si esprime nelle qualità buffonesche che funzionano nel gioco festoso della performance, ma non spostano di un millimetro il potenziale di minaccia idiota in costante attesa di un malvagio detonatore.

La strada della rovina

La soffice critica sociale modellata in forma di omini ovetto bicolore risuona forte dalle parti di Idiocracy, film del 2006 diretto da Mike Judge e scritto con Etan Cohen, un gioiellino poco conosciuto grazie ad una distribuzione sul filo dell’autolesionismo. Il film infatti, per quanto commedia fantascientifica, è una antipatica spina nel fianco: troppo disinvolto, troppo audace. Non tanto nella forma, quanto nel contenuto. Soprattutto nei confronti del pubblico pagante e delle aziende sponsor.

La storia (che richiama il racconto del 1951 The marching morons di Cyril M. Kornbluth) è uno specchio deformato del nostro mondo fra 500 anni, un tempo in cui tutto il peggio ha preso il sopravvento. Questo grazie alla “prevalenza del cretino”: ossia si immaginano le conseguenze pratiche del detto: la mamma del cretino è sempre incinta. E se le persone assennate fanno meno figli, ecco che i “minions” strabordano e affossano il quoziente di intelligenza medio. Il risultato è un mondo in rovina, governato da incapaci e abitato da inetti che sanno soltanto riprodursi e sprecare risorse in un rotolamento inarrestabile verso il baratro. Protagonista è un anonimo bibliotecario che si risveglia dopo un lungo sonno (trovata non nuova, nel 1910 H. G. Wells pubblica Il risveglio del dormiente) e viene chiamato a risolvere la catastrofe in virtù del suo eccezionale q.i.

Si ride di gusto davanti alla parata di scempiaggini del “remoto” futuro: montagne di rifiuti, burocrazia assurda, televisione & cibo spazzatura onnipresenti, gonzi a piede libero e soprattutto una classe dirigente totalmente incapace. Insomma Judge e Cohen non ci vanno leggeri e, anche se sono risate c’è un evidente fondo di amarezza, perché non è arduo riconoscere in queste esagerazioni le tracce del presente declino.

Ma i segni della prosperità dell’ignoranza, le prove dell’inerzia delle masse, le politiche demenziali delle classi dirigenti, sono davvero soltanto figlie dei nostri tempi? O forse è un difetto congenito al presuntuoso homo sapiens?

Potrebbe rispondere una persona qualificata: Erasmo da Rotterdam, autore de L’Elogio della follia (1511). Nella sua opera satirica è la stessa Follia a presentarsi e ad illustrare tutti i vantaggi che spettano a chi la abbraccia, dall’infanzia alla giovinezza, dai regnanti al clero. Elenca e motiva perché l’essere savi, discernere e applicarsi sia inutile in un mondo in cui i maggiori onori sono riservati alla vanità, al piacere, all’adulazione e alla licenziosità. In una società in cui portano frutti l’adulazione e l’intemperanza. E dove i premi di virtù e dedizione si risolvono in dimenticanza, accidia e demenza.

Erasmo naturalmente intende il contrario di ciò che la Follia consiglia. Eppure in 500 anni di storia (quasi gli stessi che ci separerebbero da Idiocracy), nonostante scienza e istruzione si siano diffuse enormemente, c’è ancora chi dice no al sapere e, nel migliore dei casi, lo bolla come un “trucco”, lo respinge. I frutti della virtù non sono per tutti, nella Genesi della Bibbia il concetto viene espresso abbastanza chiaramente. Ed è quindi viva l’impressione che nella guerra e nella (poca) pace vissuta dall’umanità, le “legioni di imbecilli” prosperino imponendo la loro voce sgraziata in ogni medium possibile.

La giungla del relativismo tribale

La conclusione sta nel prendere atto che, pur appartenendo alla stessa specie, abbiamo sensibilità e conoscenze molto differenti (è anche uno dei nostri punti di forza) che determinano la nostra esperienza della vita: ognuno può essere “idiota” per qualcun’altro. Il progresso scientifico e sociale pertanto è il risultato di una combinazione fortunata quanto un numero giocato alla roulette. Il resto dell’umanità procede – a traino –  sui suoi binari, a prescindere dalla considerazione del talento e dall’intelligenza del singolo/prossimo.

Il terzo film di Bill e Ted, la reunion Bill& Ted face the music (2020) pur “azzoppato” dalla pandemia ha registrato buoni incassi: un sano amarcord demenziale ha stemperato le pesantezze del lockdown. Il ritorno della tonteria a oltre 30 anni di distanza conferma che non esiste una “lingua” universale in evoluzione, ma “reti” di riferimenti condivisi: siamo ancora inchiodati al concetto di tribù, o giù di lì.

Philip K. Dick in Follia per 7 clan (1967) descrive un mondo manicomio, ricovero per le patologie mentali che abbracciano lo spettro degli approcci umani alla realtà: visioni separate, che trovano intese soltanto nella mediazione. Restiamo perciò ancorati al relativismo del sapere e dell’intelligenza, che si manifesta con prepotenza nei livelli della conversazione globale offerta da internet. Tornando alle parole del professor Eco, i social spacciano l’illusione di poter comunicare sempre con tutti, ma le sfumature di imbecillità non si abbattono. Bill e Ted insegnano: party hard!

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