Ishimori e i messaggi dallo spazio in un guscio di noce

Meteora, Fantasma e le Guerre stellari in salsa gavaniana

Ci sono porte che non andrebbero aperte, scrigni da lasciare chiusi, case abbandonate da non visitare, sentieri da evitare. Perché? Non per paura, ma per non rovinare l’incanto.

A Retroedicola Videoludica invece si è abbastanza tosti da affrontare il rischio, la febbre dell’esplorazione è più forte di ogni prudenza, di ogni istinto di conservazione dei vaghi ricordi che fanno da bambagia alla meraviglia perduta.

Così quando ci si ritrova di fronte alla De Curtisiana “ciofeca”, ecco che possiamo soltanto incolpare noi stessi e sigillare il tutto con un laconico “ma perché…”.

E un “ma perché…” piuttosto sonoro è scoccato al termine della visione di “Messaggio dallo spazio”, anno di grazia 1978. Anzi la vera datazione sarebbe Anno 1 Dopo Guerre Stellari. Infatti quest’opera diretta dalla pur accreditata mano di Kinji Fukusaku e nel tempo etichettata come la risposta giapponese alla rivoluzione di George Lucas, vista oggi (ma ahimé anche ieri) si rivela ben poca – e assai confusa – cosa.

In primis partiamo dalla traccia, perché nell’anno di grazia succitato nell’Italia americanofila il furore della Forza imperversava, fiancheggiato – e spesso superato – dal fervore per le scatenate macchine da combattimento nipponiche, dalla robotica da difesa ai razzi volanti. Sulle artistiche locandine acchiappa spettatori bastò paventare l’idea di un inedito crossover tra la Japan action e la tecno favola spolverata di raggi laser e astronavi. Per gli sciami dei decenni del tempo fu come sventolare una muleta rossa davanti a un toro: carica a testa bassa dentro le sale cinematografiche.

Il progetto produttivo era imponente, internet suggerisce che venne spesa la metà del budget di Guerre Stellari e per lo standard giapponese era davvero una enormità. Peccato che il vecchio imperatore con una protesi di stagnola al naso e la faccia verniciata d’argento stimoli continuamente la domanda: dove sono finiti quei soldi? Chi se li è fumati?

Di certo non Shotaro Ishimori, uno degli autori accreditati della storia e mangaka nel pantheon dei grandi. Per lui parlano Kamen rider, Cyborg 009 e Ryu, ragazzo delle caverne e decine di altre titoli che ne fanno uno degli autori più originali e prolifici del settore. Il nocciolo del problema sta forse nel fatto che la sua idea originale venne elaborata in sceneggiatura da altre due persone e forse interpretata ulteriormente da qualche produttore ingerente e infine filtrata dalla mano del regista.

Il risultato è una polpetta con tante spezie che però non insaporiscono nulla, appena pensi di cogliere un umore, un personaggio, un concetto, ecco che tutto svanisce.

Sempre nello stesso anno gli Scontri Stellari oltre la terza dimensione del nostro Luigi Cozzi si dimostrano – nella ristrettezza dei mezzi – più solidi e coerenti, strizzando l’occhio a Barbarella e alla space opera classica, e l’inquadratura narrativa del fumetto. Per tacere dello spessore “visivo” degli interpreti: Caroline Munro, David Hassellhoff e Nadia Cassini.

Messaggio dallo spazio schiera i granitici Vic Morrow, Sonny Chiba (che è giustamente truccato per rendersi irriconoscibile) e gli esordienti Philip Casnoff e Peggy Lee Brennan, con un contorno di caratteristi giapponesi forse più a loro agio in un dramma storico che in uno scenario cosmico.

La trama è presto sintetizzata: l’impero Gavanas tormenta gli abitanti del pacifico (così si dice) pianeta Jullucia nella galassia di Andromeda. Da quel che si vede non è il posto più appetibile nell’universo, l’invasione infatti non gli ha giovato: l’ambiente è stato depredato e devastato per trasformarlo in una fortezza brulla e rocciosa. Insomma senza i soldi per fabbricarsi una Morte nera i Gavaniani hanno trovato comodo hackerare un pianeta.

La popolazione disperata – gente in tunica da lavoro, molto fiera delle frasche che porta annodate alle tempie e delle sacre tradizioni – affida le ultime speranze ai semi cosmici che dovranno rivelare otto valorosi disposti a battersi per liberarli dal gioco gavaniano. I semi sono delle ridicole noci con lampadina a luce cangiante che si dileguano nel cosmo alla ricerca dei cavalieri. Ecco il messaggio.

Giustamente si delibera che occorre un ambasciatore di reclutamento e si invia alla ventura la bianca principessa Emeralida, scortata dal prode guerriero Urocco, muniti di un bel veliero spaziale.

L’azione si sposta sulla Terra dove – pensa un po’ – si trovano la maggior parte degli eroici cavalieri: Shiro e Aaron, assi del volo radente e Meia, ricca di spirito e di contanti. Compare anche l’anarchica figura del generale Garuda (Morrow baffuto e accigliatissimo), cacciato dall’esercito per aver onorato con un funerale spaziale un suo fido robot giunto a fine servizio.

Non conviene dilungarsi oltre, visto che la trama più che di colpi di scena è imbottita da svolte e curve a gomito. Noci trovate, perse e ricomparse. Pensamenti, ripensamenti e convincimenti. Scontri pochi, scenografie risicate, modellismo palese e di livello discutibile, a parte le meravigliose astronavi. Per i costumi, si salvano le uniformi gavaniane, perché il resto è davvero avanzo di guardaroba della nonna.

Dicevamo, che non proseguiamo nello spoiler: se volete soffrire, sarà di vostra sponte. Resta però una postilla, che vale oro. Il Messaggio dallo spazio dal dubbio successo fuori confine, generò uno spin off, una serie di telefilm che giunse in Italia con la prima ondata dei super sentai: Guerre fra galassie.

Al timone ancora Ishimori e una squadra di fidi collaboratori per raccontare la lotta di Ryu e Hyato, Meteora e Fantasma contro gli invasori Gavaniani (sì, ancora loro bellicosamente di ritorno dopo cent’anni di convalescenza dalla precedente sconfitta). Un bel mix scanzonato di lotta, battaglie aeree, alieni sgargiantissimi dalle movenze ninja e pennellate di buoni sentimenti.

Il prodotto stavolta fu più apprezzato all’estero che in Giappone. Gli spettatori preferivano le tenebrose scorribande di Kamen rider, solo contro tutti, alle eroiche gesta della resistenza anti gavaniana sorretta dall’eterea Sophia (memorabile la sua guida del vascello sulla tastiera di un pianoforte), il robot Tonto e l’uomo scimmia Baro.

Storie lineari, divisione manichea di bene e male, complotti farciti di acrobatici combattimenti e ad ogni episodio un cattivo dai poteri assurdi, a prova di noia. Insomma la semplicità che piace e conquista nella sua schiettezza. Forse qui davvero si è toccato lo spirito originale di Guerre Stellari.

Il Messaggio dallo spazio probabilmente è figlio di tensioni e aspirazioni diverse e divergenti. Quando ognuno ha smesso di “tirare” dalla sua parte, il film è andato per i fatti suoi… alla deriva.

Il regista Fukusaku – che si era fatto una reputazione dirigendo film di yakuza e finirà per dirigere nel 2000 il crudele Battle Royale – ad ogni modo ebbe la possibilità nel 1980 di lanciarsi in un altro costoso colossal: Virus. Un film catastrofico con un cast internazionale che ai tempi ebbe una certa risonanza, pur non essendo un successo di botteghino planetario. Pandemia, armi atomiche e imbecillità umana sono gli ingredienti del racconto, temi un po’ depressivi per il pubblico di allora e anche oggi dato che – ahinoi – ci assillano, tra storia recente e cronaca. Tanto che, davvero, un Messaggio dallo spazio, in questi tempi cupi gioverebbe.