Il pozzo, il tunnel e la caverna nel cinema che esplora le profondità

Invasori dal sottosuolo e fauna sotterranea in tre film "sepolti", dal 1967 agli anni '80

Cosa c’è sotto? La domanda non pertiene al trito questionario dei complottisti di mezza tacca. L’indagine sollecitata appartiene all’esplorazione del mondo materiale, geografico. Alla dimensione ctonia, come dicono quelli studiati, che esplorò con dovizia letteraria Jules Verne nel Viaggio al centro della Terra.

Dei tanti altrove della fantasia, il “sotto” è quello che fin dall’antichità più ha stuzzicato la curiosità dell’uomo. La superficie terrestre è infatti la tavolozza degli eventi naturali, eppure e indubbio che qualcosa si muove anche sotto, dove l’occhio non vede. Lo dicono esplicitamente i terremoti, lo sanciscono i geyser e, senza riguardo per nessuno, lo declamano i vulcani.

Il terreno, si sa, non è uniforme, offre dirupi, caverne e abissi che da sempre consentono di sbirciare nelle profondità ignote del ventre terrestre. Regioni buie, accidentate e inospitali che fin da subito riservano inquietudini e comprensibili timori. Ovvio che anche i luoghi dove non si sa e non si osa andare necessitano di un’etichetta ed è così nascono gli inferi (da non confondere con l’inferno) che custodiscono i morti, i mostri (o comunque “gente” che non vuole essere disturbata) e, forse, qualche sorta di divinità che, in tempi opportuni, sa generare vita naturale legata al ciclo delle stagioni.

La domanda “cosa c’è sotto?” perciò oltre ad essere un evergreen si prospetta ricca di possibilità per gli esercizi degli speculatori più arditi. Le nostre indagini, sapete bene, sono meno scientifiche e filosofiche, preferiamo rovistare nelle retrovie dell’intrattenimento. Ed eccoci ai nostri consueti tre “salti nel buio” della cinematografia degli scantinati. Partiamo dal più antico: Battle beneath the Earth, anno 1967, produzione inglese con un budget di 156mila sterline circa. Ebbene con tanto in cassa non possiamo attenderci gli effetti speciali a livello della saga di 007 – e nemmeno dei suoi cloni – ma le sorprese sono assicurate. Già, perché dovendo inscenare un conflitto sotterraneo non pretenderete certo degli studios in una miniera autentica. E neanche i sontuosi allestimenti di Viaggio al centro della Terra (la produzione del 1959 comunque poteva mettere sul tavolo 3,4 milioni di dollari). L’inizio è di quelli che restano impressi: in una trafficata strada metropolitana un uomo si appiattisce al suolo, premendo l’orecchio al marciapiede e intimando al traffico pedestre e motorizzato perché: non riesce a sentire. “Ascoltate!” intima ai passanti. Poi arriva la polizia e partono i titoli.

La battaglia sotterranea diretta da Montgomery Tully racconta – nel limite dei mezzi disponibili – un fantastico e colorito complotto svelato dal classico scienziato incompreso (talmente incompreso da soggiornare in una camera imbottita). Del resto uno che strilla: “C’è qualcosa sotto terra che avanza verso di noi”… a decine di km nel sottosuolo. Incredulità in grani grossi, pernacchie alle spalle e poi però… la prova del nove con l’orribile scoperta. Il pericolo è reale e imminente, così in fretta si imbastisce una missione di prodi militari pronti a calarsi negli abissi rocciosi per intercettare l’ignoto invasore.

Il nevrotico scienziato trova il suo braccio armato nel graduato Shaw (Kerwin Mathwes, già visto in decine di pellicole d’avventura; tipo I 7 viaggi di Sinbad) e in un drappello si distingue per l’assortimento di simpatiche macchiette militaresche, che si addentra nelle viscere terrestri con l’animo volenteroso (e un filo stolido) del buon G. I.

Ma che c’è sotto? Non rovino la sorpresa, ma accenno semplicemente ad una potenza straniera che minaccia l’Occidente in primis e poi il resto del mondo con una tecnologia capace di subdoli attacchi “talpestri”.

Secondo step, e siamo nel 1981, per cercare di guardare nel pozzo. Ma state sicuri che non ci troveremo la luna. The Pit, opera a quanto pare unica del regista Lew Lehman è la storia di un ragazzino difficile – un tempo si sarebbe detto caratteriale – che non è amato in casa, è sbeffeggiato a scuola e si attacca morbosamente ad un orsacchiotto di pezza. Jamie è il prototipo del serial killer del giardino accanto. Soprattutto quando i suoi 12 anni di pubertà incipiente lo portano a manifestare interessi naturali verso l’altro sesso, sebbene con frustranti fraintendimenti.

La malsana vicenda potrebbe intorbidirsi ulteriormente se non arrivasse in soccorso la svolta fantastica: la scoperta di un pozzo, una fenditura nel terreno che pare la bocca di un antro di geologica vetustà. Ecco che lì sotto c’è una “presenza” illogica e ingiustificata e narrativamente parlando, è la vernice ideale per tingere una mesta vicenda di disagio socio-psicologica di belle pennellate horror e black humor.

Gustatevi pertanto la parabola sotterranea di Jamie fino all’apoteosi del finale.

Ed eccoci alla ciliegina, alla perla che ha scatenato il trittico: What waits below (o i segreti delle caverne fantasma) di Don Sharp nel 1984.

Vi basti sapere solo che il protagonista è il “Gesù” di Zeffirelli, Robert Powell in una produzione da 6 milioni di dollari che comportò riprese in vere caverne in Tennessee e Alabama.

Il punto di partenza della storia è la sperimentazione di un nuovo sistema di comunicazione a raggi infrarossi da parte dell’esercito Usa per tenersi in contatto con i sottomarini a lunga distanza. Peccato che uno dei dispositivi prototipo piazzato nei pressi di una zona di caverne scompaia nel nulla.

Parte quindi una spedizione investigativa nel labirinto sotterraneo e la scoperta sarà sensazionale (spoilerata spudoratamente dal poster) quanto traumatica per le attuali conoscenze evolutive.

Non traumatica quanto lo fu per il regista che, stressato dalle riprese e da un incidente che fece finire in ospedale una buona parte della troupe (intossicazione da monossido), piantò la sua “creatura” al momento del montaggio.

What waits below non ebbe grande risonanza e ancora oggi resta un titolo di nicchia. Peccato, perché i temi dell’avventura fantastica, della scoperta di mondi sotterranei segreti e delle zone d’ombra del possibile ci sono tutti. Il film rimane quasi sepolto nelle stesse profondità che metteva in scena. Tocca quindi a noi, assetati di ignote visioni, armarci di corda e piccozza.

Mi raccomando: caschetto e lampada frontale sempre accesa!