Anime, tokusatsu e supamariorama: gli stati ibridati della narrazione giapponese

Disegni animati e modellismo: la via artigianale per emozionare con le storie

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Quali sono gli stati della materia? Solido, liquido e gassoso. Quali sono gli stati dell’immaginazione? Recitazione, animazione e rappresentazione. Che, tradotto nell’industria dell’intrattenimento giapponese anni ’70-’80, significano: live action, anime e stop motion.

Ma ecco che si alza il ditino del pignolo nerd di turno: il paragone non regge, esistono anche gli stati intermedi! Come il plasma!

Ebbene, caro nerd, hai ragione. Ma l’ingegno nipponico non si è fatto certo scavalcare dalla realtà e nel vasto palinsesto di quell’età d’oro brillano delle creazioni “ibride” che sono pari al plasma. Anzi, forse rappresentano altri stati singolari della materia creativa. Qualche esempio?

Segreti poteri aztechi

Partiamo da Aztekaiser. Il termine non è un insulto in romanesco, bensì il titolo di un curioso esperimento di live action targato Go Nagai e Ken Ishikawa, due nomi che non avrebbero bisogno di presentazioni essendo le colonne della robotica made in Japan dai primi anni ’70.

Ebbene nel 1976 i due prolifici figuri, appassionati di lotta, coniarono la storia di un wrestler mascherato che combatte la Black Mist, una segreta organizzazione dai fini malvagi. Shun Takaba, giovane combattente di belle speranze, li contrasta grazie al potere della stella Azteca, un antico reperto che gli dona la forza per lottare nelle vesti di Aztekaiser: un super wrestler che viaggia su un eccezionale e coloratissimo triruote futurista.

Il suo design (maschera con orecchioni e mantello) ricorda da vicino quello del tokusatsu chiamato Akumaizer 3, opera del 1975 del mitico Shotaro Ishinomori (il papà di Kamen rider): una sorta di kappa e spada, dove per Kappa si intende il mostro, ossia una variopinta stirpe infernale che vorrebbe tornare in superficie a fare danni. Ma non tutti sono d’accordo: ecco Akumaizer che si ribella, coopta due ex sicari e si oppone alle truppe infernali con mezzi di terra e cielo

Tornando ad Atekaiser, la vera chicca consiste nella partecipazione allo show di alcune star del wrestling nipponico, primo fra tutti il leggendario Antonio Inoki (un personaggio davvero storico ai tempi: era comparso, in versione anime, anche nel classico Tiger Mask trasmesso nel 1971).

A spasso tra i cartoni

La scelta tecnica di Aztekaiser con il mix di live action e anime è efficace quanto basta per solleticare la voglia di menare dei fan del wrestling, ma i momenti di recitazione e disegno animato sono distinti nettamente. Non siamo ai livelli di Hanna e Barbera, che già nel 1968 proponevano al pubblico televisivo Le nuove avventure di Huckleberry Finn con una tecnica mista che faceva interagire gli attori con i cartoni animati. Venti episodi segnati dalla presenza oscura di Injun Joe (un assassino galeotto interpretato dall’iconico Ted Cassidy, l’imperturbabile domestico Lurch della Famiglia Addams), dai tre simpatici ragazzi Huck, Tom e Becky e dai tipici personaggi mono dimensionali (anche nel carattere) che sono marchio di fabbrica delle produzioni Hanna e Barbera. Avventure leggere tra leggenda e fantasia, dal regno degli gnomi ad Atlantide, impreziosite appunto dalla novità tecnica dell’interazione tra l’attore e il contesto animato.

La tecnica mista del “blue screen” era una innovazione potente – la carne e il disegno, la realtà e la fantasia – che prima di allora sembrava una magia accessibile soltanto alla Disney. Ricordiamo infatti il notevole impatto mediatico del film Mary Poppins nel 1964, con le graziose danze di Julie Andrews e Dick Van Dyke catapultate nel mondo dell’animazione. Una meraviglia che conquistò gli stessi Beatles, poi convertiti in disegni animati nel 1968 da Heinz Edelmann per affrontare il viaggio dello Yellow submarine e sconfiggere i Biechi blu.

Tutto ciò per dire che il Giappone non inventava da zero, ma rielaborava con rapidità sulla corsia dell’innovazione. Così se Aztekaiser menava fendenti su Ashi tv nell’ottobre del 1976, il primo giorno dello stesso mese sulla rete Net venne trasmessa la prima puntata di Born free – il risveglio dei dinosauri.

Il fascino discreto del rettile

Come si sa, in Giappone i dinosauri sono di casa. Patron Godzilla docet et impera, ma accanto a lui una miriade di grandi rettili da grande (e piccolo) schermo ha prosperato, insediandosi nel cuore dei bambini del Sol Levante e del mondo intero. Non è rimasta indenne la mente di un tale Steven Spielberg che – da buon circense americano – concepì quello zoo safari chiamato Jurassic Park.

Born Free accoppia due temi forti: la dinosauromania incipiente e la nascente coscienza ecologica con qualche pennellata emotiva intinta nel filone “il bello della natura selvaggia”, cardine del film Nata libera (appunto Born Free del 1966). La differenza tra una leonessa da reinserire nella savana e la convivenza con brontosauri e tirannosauro è evidente a tutti. Ma le lucertole zannute hanno il loro fascino, per quanto siano piuttosto ingombranti in giardino.

La citazione di Spielberg – su tanti che hanno messo in scena grandi rettili nelle loro opere di fantasia – ha un senso, visto che il suo film è uscito nel 1993, mentre Born Free (ripetiamo, trasmesso nel 1976) è ambientato nel “lontano” 1996: un cataclisma innescato da eventi astronomici porta alla superficie schiere di dinosauri simpaticamente intenzionati a riprendere il loro posto sulla superficie della Terra. Ovvio che la convivenza con i prepotenti umani è complicata: da qui la necessità di istituire un corpo di “guardacaccia” specializzato. I Born free sono attrezzati con mezzi di soccorso all’ultimo grido per acchiappare i “teneri cuccioli” marron verdastri.

Il signore dei mostri

Tecnicamente parlando, Born free ribalta l’impianto de Le nuove avventure di Huckleberry Finn: qui tutto lo scenario, modellini compresi sono live, mentre i personaggi vengono disegnati. L’effetto è quello di un videoclip sul quale si muovono gli “attori” disegnati dagli animatori. Tecnica non proprio semplice da gestire, benché nelle mani di una casa di produzione che ha fatto la storia del cinema giapponese, ossia Tsuburaya.

La società è stata fondata nel 1963 da Eiji Tsuburaya noto come il Signore dei mostri, essendo una delle menti (e delle mani) dietro i successi di Godzilla e Ultraman. Parlare di questa figura elencando i film che hanno marcato l’immaginario di intere generazioni sarebbe comunque riduttivo se non ricordassimo il suo spirito di iniziativa, la curiosità tecnica e la genialità inventiva di Tsuburaya. Davvero un pioniere del cinema mondiale, tanto che la parola “tokusatsu” (effetti speciali) è naturalmente associata al suo lavoro.

Tsuburaya muore nel 1970 ma il suo patrimonio creativo viene portato avanti dai figli (e poi dal vario parentado fino ad oggi) che attraversano l’età d’argento delle produzioni televisive senza accomodarsi sui fasti del padre, anzi accettando sempre nuove sfide.

Il cyborg dimezzato

A Born free, nel 1977, segue I-Zenborg. La dinosauritudine sale di livello: l’impero dei dinosauri infatti decide di passare all’attacco e spazzare via i fastidiosi mammiferi. Non ha fatto però i conti con i fratelli Ai e Zen, due cyborg mezzi umani e mezzi macchine (nel senso verticale del concetto) che si fondono in un super guerriero. Inizialmente I-Zemborg pilota una trivella volante che ha facile impatto sui dinosari devastatori, ma quando le truppe si corazzano ecco che la trasformazione balza dal modellino al Super Ai-Zen: un gigantesco combattente che legna e affetta gli avversari come farebbe un Ultraman cibernetico.

I-Zenborg è un singolare anello di congiunzione tra animazione, modellismo animato e live action “in costume”; unisce l’anime, le miniature con dovizia di mezzi e la specialità tutta giapponese del catch tra “giganti” di godzilliana memoria. Viene da dire: cosa chiedere di più?

Ora, nel dialogo a distanza tra Occidente e Oriente nel campo degli effetti speciali è interessante tracciare questi rimandi. Se Aztekaiser si allaccia alle esperienze della Disney e di Hanna e Barbera, la fonte ispirativa per le tecniche di Born free e I-Zenborg è facilmente individuata in Thunderbirds e nelle fantastiche produzioni di Gerry e Sylva Anderson. Alla stregua di Tsuburaya, la coppia britannica ha segnato l’immaginario di una generazione raccontando con pupazzi dettagliati e caratteristici storie d’avventura, mistero e fantascienza. Auto futuristiche, sottomarini pesciformi, aerei e cingolati dai design più arditi e avveniristici piazzati in accurati diorami, sono gli ingredienti per comporre storie fantastiche (ieri fonte di meraviglia narrativa, oggi di stupore per la perizia artigianale). Le loro produzioni con marionette semi automatizzate culminano nella tecnica supermarionation: personaggi ben caratterizzati che interagiscono e “parlano” grazie a un apparato elettronico che fa muovere la bocca a comando (facilitando il doppiaggio).

Non sono solo marionette

Nel 1980 Fuji tv iniziò a trasmettere una serie prodotta da Kimio Ikeda su idea di Go Nagai (eh sì, ancora lui) che si rifaceva in toto alle tecniche degli Anderson – ma ovviamente con lo stile giapponese – dal titolo X Bomber: viaggi spaziali, astronavi, alieni da combattere e un bel robottone come ciliegina. Tutto realizzato con superbi modellini e pupazzi davvero sorprendenti nella naturalezza dei movimenti e delle espressioni. La tecnica era stata battezzata “supamariorama”, in evidenze assonanza con la supermarionation di casa Anderson, però più di un decennio più tardi. In X Bomber il concetto del racconto a tecnica ibrida viene meno perché siamo del tutto in un mondo in miniatura; una sorta di realtà alternativa nell’espressione dell’immaginazione. Invece di lucidi e disegni su immagini filmate, ci sono gomma, plastica e fili nascosti.

Il fascino di questa tecnologia manuale per produrre effetti speciali dura ancora oggi, tanto che diversi cineasti stanno tornando a soluzioni simili che, – forse più dispendiose e imperfette rispetto alla computer grafica – hanno un impatto meno freddo e offrono una dimensione più favolistica: danno l’idea di una narrazione mediata, trasposta, apertamente inscenata, che lascia allo spettatore l’onere e il piacere di dare contorno e profondità alla storia.

Ad ogni modo Tsuburaya prod. e soci nel 1978 battono il ferro finché è caldo sfornando il terzo capitolo della saga dei dinosauri: Koseidon. L’impostazione però cambia radicalmente: dopo aver sfoggiato Super Ai-Zen, si torna al live action classico. La battaglia ha delle premesse diverse, non è un ritorno dei dinosauri bensì un conflitto che si svolge nel passato preistorico, protagonista una pattuglia di viaggiatori del tempo che si schiera contro alieni invasori: i terribili Godomesu. I malvagi di turno sono una specie vegetale predatrice capace di generare sconquassi che si propagano nel corso del tempo fino a manifestarsi nel 2001, anno di collocazione di Koseidon.

Il mesozoico dietro casa

Gli attori di Koseidon recitano in studio e suggestivi esterni bucolici: brulle praterie, fittioschetti suburbani e cave esauste di sabbia nera che sono stati terreno di scontro per tanti supereroi nipponici in tuta attillata. Le sequenze interpretate sono inframmezzate dai movimenti di mezzi in miniatura con effetti speciali. Un abbinamento tecnico non dissimile da Ufo (S.h.a.d.o.) degli Anderson, realizzato però nel lontano 1970. Chi non ricorda il mitico comandante Ed Straker? O la parrucca viola del tenente Ellis in servizio su Base Luna? In Koseidon invece abbiamo il pizzuto comandante Banno che strepita e fuma sigari in cabina come niente fosse. E c’è la principessa Altasya, che cambia colore dei capelli dopo un “incidente” in ibernazione; accompagnata dal un fido robot modello bidoncino (come usa nelle migliori civiltà extra solari).

Il raffronto tra personaggi è talmente specchio di affinità e divergenze tra modelli culturali che meriterebbe una trattazione a parte. Il percorso negli stati alterati della narrazione è invece arrivato al capolinea. Le tecniche per ambientare una storia sono tante, la computer grafica oggi offre nuove possibilità e non è detto che le forme appena descritte possano ritornare in ulteriori articolazioni – gli stati ibridi della narrazione – per far sventolare ancora più in alto la bandiera degli effetti speciali che regalano emozioni.

Gianlorenzo Barollo

 

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